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RUBRICHE - DAL MONDO DELLA SCUOLA


Riceviamo e pubblichiamo

Fotografia testimone dei tempi


Riceviamo e pubblichiamo le impressioni della classe III D dell'Istituto Comprensivo in visita alla mostra fotografica in Villa Pomini sul tema "Legalità. La fotografia testimone dei tempi"

Il giorno 18 ottobre siamo andati in Villa Pomini per vedere delle mostre fotografiche. La prima era di Emanuela Colombo e raffigurava il quartiere di Archi, a nord di Reggio Calabria. Pur avendo una bellissima vista sul mare, è in realtà un quartiere dove mai nessuno vorrebbe andare perché le vie non hanno un nome, non ci sono dei parchi per lo svago dei bambini, per le strade non c’è il limite di velocità, non ci sono le fogne e quindi le case sono infestate dai topi, ci sono persone che spacciano la droga, altre che sfruttano i cavalli per scommesse clandestine ... inoltre molti uomini della città sono in carcere e altri disoccupati ... e le donne per mantenere i loro bambini lavorano in nero come donne delle pulizie in centro a Reggio Calabria. In realtà l’unica soluzione sarebbe dare un lavoro a queste persone ... così tutti gli abitanti potrebbero avere una vita migliore. Questa mostra è in bianco e nero (perché secondo Emanuela è il colore più adatto per rappresentare la tristezza del quartiere). Illustra appunto le donne di Archi in posto che per loro è molto significativo e che vorrebbero cambiare. La seconda mostra raffigura l’Afghanistan nel dopoguerra: la mostra è di Ugo Panella, un fotoreporter di guerra (un giornalista che racconta la guerra attraverso delle immagini fotografiche). Questo Paese è stato in guerra per 30 anni. Le immagini rappresentano delle donne che grazie a un microcredito sono riuscite ad intraprendere una piccola attività (sarta, panettiera, parrucchiera, ...). Il microcredito è un prestito concesso alle signore (perché gli uomini sono poco affidabili) che, appena potranno, con i primi guadagni restituiranno il denaro. A me è piaciuta di più la prima mostra perché riguardava un quartiere dell’Italia e non mi sarei mai aspettata che anche molto vicino a noi ci sono delle persone che vivono in miseria. Mi è piaciuta la scelta del bianco e nero e il lavoro in sé perché la fotografa non ha immortalato semplicemente dei luoghi ma ha chiesto ad alcune donne di esprimere un desiderio di cambiamento rispetto a un luogo a loro particolarmente caro. (Bottini Letizia)

Venerdì 18 ottobre siamo andati in Villa Pomini per vedere delle mostre fotografiche. Nella prima sala c'erano le foto scattate da Emanuela Colombo, in una mostra intitolata “Le Donne Di Archi”. Si tratta di un reportage in bianco e nero sui desideri e le speranze delle donne di Archi, un piccolo quartiere di Reggio Calabria, controllato dalla ‘ndrangheta, la mafia calabrese. In queste fotografie le donne esprimono il loro desiderio di libertà: alcune donne vorrebbero che per strada ci fossero dei cartelli stradali perché le macchine passano a grande velocità e i bambini rischiano di essere investiti. C’è un campetto da calcio che non viene utilizzato per le partite ma per lo spaccio della droga, c’è un grande anfiteatro usato come parcheggio e non per iniziative culturali, c’è uno spazio verde che i bambini non possono usare; la mia impressione è che in verità qualcuno abbia costruito solo per far vedere che si fa del bene al quartiere ma poi tutto è lasciato al degrado e all’abbandono. Sono presenti i topi o comunque le strade sono sporche, i fiumi inquinati, quindi le donne vorrebbero vivere in un ambiente pulito. Il lavoro è quasi inesistente e l'unico lavoro che si trova è lo spaccio. Sono quasi costretti a farlo per mantenere le proprie famiglie e se stessi. Per andare al supermercato devono andare al centro perché lì non c'è nulla, i palazzi sono indicati con numeri e non sono presenti le vie.
La seconda mostra è intitolata “La Poesia Del Cambiamento”. E' un servizio fotografico fatto da Ugo Panella che è vissuto per ben 30 anni in Afghanistan. Nelle foto sono rappresentate donne che non hanno alcuna libertà, vengono sfruttate e costrette a rimanere chiuse in casa dagli uomini. Non hanno lavoro e le bambine non vanno neanche a scuola, alcune donne vengono picchiate dai propri mariti ogni volta che cercano di ribellarsi o tentano di vivere una vita normale. Queste foto ci vogliono trasmettere il desiderio, la speranza, di libertà che hanno tutte le donne che sperano di essere libere dagli uomini. La foto che mi ha colpita maggiormente è quella che rappresenta una donna che si toglie il burqa perché indica la speranza che vive in lei di essere libera e di non dover nascondere il suo volto dietro un velo. Questa donna è riuscita grazie ad un microcredito ad organizzare una società formata da sole donne, a mandare i propri figli a scuola ed ora aiuta tutte quelle donne che come lei si trovano in difficoltà. (Caputo Camila)

Le donne di Archi

Archi è un quartiere di Reggio Calabria in mano ai mafiosi. La gente del posto è costretta, per lavorare, a porsi al servizio della ‘ndrangheta e molte donne desiderano per i loro figli che la polizia intervenga e che il quartiere diventi un posto sicuro e accogliente. Per questo motivo Emanuela Colombo, fotografa e autrice di questa mostra, è andata sul posto e ha chiesto a molte donne cosa vorrebbero che fosse fatto per la loro città. La prima è una studentessa, Nazarena, che vorrebbe un anfiteatro dove proiettare spettacoli e film o dove semplicemente incontrarsi. Giovanna vorrebbe che i giovani avessero un'alternativa alla malavita. Eugenia sogna che un giorno venga costruito il centro di formazione già iniziato ma mai finito. Concetta e le figlie Anna e Chiara vorrebbero aree pedonali, fiori e fontane. Francesca sogna che nel campo da calcio abbandonato vengano organizzati tornei e attività sportive per tenere i ragazzi lontani dalla droga. Elena desidera che “la casa dell'impiccato” diventi un laboratorio di idee e esperienze condivise. Caterina vorrebbe orti comuni in tutti i quartieri. Paola e la figlia Giorgia vorrebbero un’area giochi adatta ai bambini. Marinella sogna strade pulite e sicure. Ersilia sogna che le vie abbiano nomi e numeri civici. Patrizia si occupa di ridare dignità al quartiere e ha fondato un'associazione in proposito: il Seme. Italia sogna di poter vivere a fianco della sua gente e attende che le venga dato un alloggio. Nunzia sogna di poter realizzare piccole grandi trasformazioni. Eleonora, coordinatrice del progetto “la città e le donne”, sogna interventi di manutenzione che tutelino la salute degli abitanti. Infine Daniela vorrebbe aiutare le donne di Archi ad auto-determinarsi.

La poesia del cambiamento

Ugo Panella, autore della mostra, è stato molte volte in Afghanistan per aiutare la gente che vive da tanti anni in mezzo alla guerra. In questa mostra fotografica ho visto alcune persone mutilate perché sono saltate in aria a causa delle mine antiuomo. Poi ho ascoltato anche la storia di una donna obbligata a stare in una buca chiusa da una rete e gli uomini andavano lì, la violentavano e poi la ributtavano nella buca lasciandole qualche soldo quando erano di buon umore; nonostante tutto lei è riuscita comunque a mandare all'università i suoi figli, nati dagli stupri che ha subito, e c'è una foto in cui lei solleva il burqa e mostra il suo viso in segno di ribellione. Altre foto mostrano delle donne che lavorano usando dei macchinari che si sono potute permettere grazie a un microcredito cioè un prestito che va da 150 euro a 400 euro. Naturalmente questo prestito va restituito  a poco a poco con il guadagno ricavato dalla piccola attività che sono riuscite a creare, dopo di che per loro sarà tutto un guadagno. Altre foto mostrano “un volto nuovo” dell’Afghanistan, in cui tradizione e modernità si incontrano. (Cifarelli Sara)

Circa una settimana fa siamo andati presso la villa Pomini per vedere delle mostre fotografiche. La prima mostra, realizzata da Emanuela Colombo, rappresenta le donne di Archi, un quartiere di Reggio Calabria che da decenni è in mano alla mafia e pieno di trafficanti di droga. In ogni fotografia è presente una donna, sempre diversa, e sullo sfondo una parte del quartiere che vorrebbe cambiare. Una signora vorrebbe che nel campetto da calcio venissero organizzati dei tornei, una signora anziana vorrebbe un orto comune, una mamma vorrebbe un parco dove tutti i bambini potessero giocare. La seconda mostra invece riguarda l’Afghanistan. Il fotografo è Ugo Panella e la sua mostra si intitola “la poesia del cambiamento”. In pratica è una raccolta di foto che alla fine ricompongono i suoi anni passati in Afghanistan. Ogni foto ha un significato profondo e comunica un messaggio importante. Una foto rappresenta una bambina che è stata colpita da una mina e ha perso una gamba e un braccio. Un'altra rappresenta una donna che, trattata come un oggetto dai talebani che ripetutamente l’hanno stuprata, grazie al microcredito è riuscita a mettere su un’attività in proprio e a mandare i figli all’università. In questa foto la donna è rappresentata con il burqa sollevato mentre sorride guardando il cielo azzurro, metafora di un cambiamento che parte dalle donne. (Di Ielsi Marcello)  

Emanuela Colombo nella sua mostra fotografica ci racconta il modo in cui le persone vivono ad Archi, quartiere nella zona meridionale di Reggio Calabria, affacciato sullo stretto di Messina. Questa area non è consigliabile perché qui c’è la mafia e l’ unico modo per poter  sopravvivere è lavorare per le famiglie mafiose che comandano. Questa è una zona in cui ad esempio i ragazzi spacciano, molti uomini sono in carcere o disoccupati e le donne lavorano in nero in centro a Reggio Calabria (presso famiglie ricche) e per andare in un negozio devono uscire dal loro quartiere (Archi) e recarsi in centro; questa cosa devo dire che mi ha stupita tantissimo! Mi è piaciuto molto il modo in cui è stata pensata la mostra, cioè l’idea  di fotografare donne in luoghi che  vorrebbero migliorare. Mi è piaciuto, inoltre, il fatto che le foto fossero in bianco e nero per il semplice motivo che sono originali e anche per ciò che ha detto la fotografa (le foto sono in bianco e nero perché il giorno in cui lei è arrivata ad Archi il cielo era tutto grigio nonostante fosse giorno). Non ho avuto in particolare foto preferite, ma mi sono piaciute soprattutto quella della madre fotografata insieme alla figlia davanti ad un murales: lei desiderava un parco giochi in cui poter portare e far divertire la figlia  insieme ad altri bambini della sua età; quella del campo da calcio chiuso perché lo sport nella vita di un ragazzo, a mio parere, è molto importante perché è un momento sano di svago e di aggregazione.

Ugo Panella è un fotoreporter di guerra, cioè documenta la guerra attraverso le foto, e nella sua mostra ha esposto l’ Afghanistan in cui ha vissuto per diversi anni. Mi ha colpito molto la sua mostra e l’ho preferita alla precedente perché mi aspettavo di vedere morti, soldati…(l’idea non mi piaceva molto) dopo, però, ho scoperto che non era banale né scontata, come temevo che fosse. Panella nelle sue foto ha voluto rispecchiare la bellezza e la libertà, negate alle donne afghane, e mi ha fatto capire quanto sono fortunata a vivere lontana dalla guerra, in un Paese in cui le donne hanno gli stessi diritti degli uomini. Nelle sue foto sono raffigurate soprattutto donne che lavorano per migliorare la propria vita (grazie al microcredito) senza dipendere dagli uomini: truccatrici in mini centri di bellezza, altre che lavorano le perle, cucinano il pane, ecc. Mi ha colpito moltissimo la foto della ragazzina di 10 anni che a causa di una mina è gravemente ferita e ha perso praticamente tutto (dall’uso degli arti alla bellezza) perché fa capire la cattiveria dell’uomo che vuole la guerra e che se la prende con i più deboli, purtroppo destinati a subire di tutto. Mi è piaciuto  molto anche la scelta stilistica di mettere all’estremità della parete la donna sorridente con il burqa alzato, della quale mi è interessata molto la storia che mi ha allo stesso tempo sorpresa e schifata per il comportamento degli uomini, e dalla parte opposta nella stessa parete quella di un macellaio, raffigurato dietro ad una zanzariera. Secondo me l’autore vuole farci capire che ora è tempo che la donna sia libera e che i ruoli siano invertiti, scoprendo la donna e coprendo l’uomo. (Djedjemel Cathrine)

Se si pensa che in Italia la mafia ormai sia stata indebolita a tal punto da non essere più un vero e proprio impero del crimine, andando a Archi si scopre la triste verità, si scopre che ci sono donne che ogni giorno lottano con tutte le loro forze pur di dare una dignità a questo quartiere e avere ciò che noi diamo per scontato, come i nomi delle vie. Qui la mafia è ormai la normalità e ogni ragazzo fin da subito prende familiarità con la droga che diventa la sua vita, il suo lavoro e il suo divertimento. Ci si rende conto della mancanza di controlli, infatti il fiume è sporchissimo e spesso straripa, non ci sono limiti di velocità e lo spaccio è praticato alla luce del sole. A Castellanza diamo per scontati parchi per i bambini e oratori ma in questo quartiere non ci sono né gli uni né gli altri e i ragazzi non hanno modo di allontanarsi dalla droga, che è il male da cui dipende tutto questo degrado. Archi è un quartiere dimenticato dal mondo in cui neppure l’autobus si ferma. Non ci resta che sperare nel coraggio e nella determinazione di queste donne pronte a tutto per salvare il quartiere. Con questo breve articolo ringrazio Emanuela Colombo, l’organizzatrice della mostra. Da questo triste scenario passiamo a uno che di certo non è migliore, la vita in Afghanistan. Io personalmente sono rimasto colpito quando il signor Panella ci ha raccontato dello sfruttamento delle donne, in particolare di una che è stata stuprata cosi tante volte che a 38 anni sembra averne 60, ci è stato detto che veniva buttata in un buco chiuso con una grata e, quando un talebano voleva stuprarla, la liberava, la stuprava e poi le lasciava pochi spiccioli. Ma la foto che più mi ha colpito è stata quella di una bambina che aveva preso uno dei tanti giocattoli mina piazzati dai Talebani per colpire i civili, soprattutto bambini. Oggi alcune mine sono state rimosse, altre invece esplodono e rovinano per sempre la vita delle persone, che diventeranno un “peso” per la loro famiglia e per lo Stato. (Dubini Alessandro)

La mostra di Villa Pomini era suddivisa in due parti: la prima parte era intitolata “le donne di Archi” e rappresentava un quartiere della Calabria controllato dalla ndrangheta (la mafia calabrese) e dall’illegalità. In questo quartiere mancano il lavoro e la sicurezza, non c’è nessun tipo di negozio, non ci sono parchi per i bambini, non ci sono scuole e mancano i nomi delle vie, infatti, nella cartina del comune i palazzi del quartiere sono indicati con un numero. In questa mostra c’erano foto in bianco e nere scattate dalla fotografa Emanuela Colombo che rappresentavano delle donne di Archi in un luogo che vorrebbero cambiare. Mi ha colpito molto il ritratto di una donna, fotografata davanti al suo palazzo, la quale chiedeva semplicemente che fossero messi i nomi alle vie, mi ha colpito perché quello che per noi è ovvio e scontato (ad esempio che le vie abbiano un nome) per gli abitanti di Archi è un sogno. La seconda parte della mostra era intitolata “la poesia del cambiamento” e riguardava l’ Afghanistan, in particolare le donne che prima non avevano alcun diritto, ora invece possono uscire di casa anche da sole e intraprendere un’attività grazie a dei microcrediti, cioè dei piccoli prestiti che consentono alle donne di avere un lavoro, quindi di poter mantenere la propria famiglia. I prestiti vengono concessi solo alle donne perché ritenute più affidabili degli uomini. In questa seconda mostra c’erano delle foto su momenti diversi di vita afghana, realizzate dal fotografo Ugo Panella. La foto che mi ha colpito di più è stata quella di una donna che alzava il suo burka, più che la foto mi ha colpito la storia che il fotografo ci ha raccontato, cioè che questa donna prima era tenuta prigioniera in una specie di botola dove gli uomini entravano e la violentavano, e i più gentili le lasciavano qualche spicciolo. Era considerata una sorta di prostituta, anche se in realtà non aveva possibilità di scelta, ma grazie al microcredito è riuscita ad aprire un’attività in proprio che le ha permesso di mantenere all’università i tre figli avuti da queste violenze. (Ligorio Elisa)

Venerdì 18 ottobre siamo andati a visitare una mostra fotografica in Villa Pomini. Nelle due sale erano esposte diverse foto, nella prima immagini che raccontavano la storia degli abitanti di un quartiere di Reggio Calabria (Archi) posto sotto il controllo della mafia, nella seconda foto di Ugo Panella, scattate in Afghanistan, paese in guerra da molti anni. Le donne di Archi, che si sono fatte ritrarre, chiedevano aiuto e speravano in una risoluzione del problema che a quanto pare è molto pericoloso dato che sono morte un po' di persone a causa delle rivalità tra le famiglie mafiose e dell’assenza di qualsiasi forma di legalità!  Panella, nella sua mostra, non ha esposto foto riguardanti il conflitto in Afghanistan ma ha mostrato le condizioni di vita delle persone, in particolare delle donne. Le foto che mi sono piaciute di più sono nella prima sala quella che rappresenta la strada dove molta gente rischia di morire a causa della mancanza dei limiti di velocità, nella seconda sala quella della bambina gravemente ferita a causa di una mina antiuomo che somigliava a un giocattolo. (Moroni Christian)

La mostra alla quale ho partecipato con la mia classe presso la Villa Pomini di Castellanza era divisa in due sezioni: nella prima parte erano ritratte le donne di Archi attraverso la fotografia in bianco e nero a cura di Emanuela Colombo. Archi é un quartiere della Calabria, sotto il controllo della ‘ndrangheta, infatti sono state erette delle barricate dai malavitosi per difendersi dalla polizia e sono stati tolti i nomi alle vie. Oltre a questo non c'è un parco per i bambini, non c'è una biblioteca né un bar o un supermercato, quindi le donne sono costrette a recarsi a Reggio per fare la spesa. Sotto le varie fotografie sono stati scritti, sotto forma di didascalia,  i vari desideri delle donne di questo quartiere, semplici desideri, come mettere i nomi alle vie, costruire un parco giochi, insomma le esigenze primarie che la maggior parte di noi pensa che manchino ai paesi del terzo mondo, ma in realtà sono assenti in questa zona d'Italia. Invece nella seconda parte sempre attraverso la fotografia a cura di Ugo Pannella con il titolo “La poesia del cambiamento” erano rappresentati gli abitanti dell'Afghanistan, un paese in guerra da ben trent'anni. In questo Stato le donne hanno minor importanza rispetto agli uomini, infatti escono di casa col velo, vengono picchiate e disprezzate. Oggi grazie ad alcune associazioni queste donne sono state aiutate con dei microcrediti, cioè delle piccole somme, anche di cento euro, date in prestito per aprire degli esercizi commerciali o attività artigianali. Grazie a questo aiuto una donna è riuscita a mandare all'università i suoi figli, ed è stata ritratta in una foto con il volto scoperto e sorridente, simbolo di libertà e felicità, al contrario di un macellaio fotografato dietro una zanzariera, simbolo di solitudine e mancanza di libertà. Per me le foto più belle sono due: quella che riprende Archi dal mare perché nonostante questo sia un quartiere affacciato sul mare non c'è nemmeno un hotel e perciò il turismo è assente, e quella della donna afghana con il suo immenso sorriso, perché una donna che prima era violentata e trattata peggio di un animale ora sorride grazie alle associazioni che le hanno donato un microcredito ed è anche riuscita ad aprire un negozio. Io penso che la fotografia, anche in bianco e nero, sia un ottimo strumento per documentare tutti i fatti più importanti della storia ma anche per ricordare momenti felici e tristi della vita delle persone comuni. Questa è la mia idea sulla fotografia. (Rustici Riccardo)

La mostra presentata venerdì a Villa Pomini era divisa in due parti : la prima intitolata "Le donne di Archi" era stata realizzata da Emanuela Colombo, la seconda " La poesia del cambiamento" a cura di  Ugo Panella. La prima sala era dedicata alle donne di Archi, un quartiere di Reggio Calabria, in mano alla malavita, dove si vive al di fuori delle regole e delle leggi. Questa  mostra mi è piaciuta perché fa capire come piccole cose che noi diamo per scontate, come avere un parco giochi o semplicemente delle regole stradali, siano per alcuni un sogno. Fa riflettere molto soprattutto la foto che mostra Archi ripresa dal mare, in quanto si capisce come il potenziale di questa zona venga sprecato e un angolo di paradiso si trasformi in un inferno per i suoi abitanti, costretti a convivere con droga, malavita e paura. La cosa che mi ha colpito di più di questa mostra è la disposizione scelta dalla fotografa: le foto messe in sequenza seguono un ordine preciso come se narrassero una storia e aiutassero il visitatore a coglierne il significato. La seconda esposizione è quella che personalmente mi è piaciuta di più e narra l'esperienza vissuta dal fotografo in Afghanistan. Mi è piaciuto molto il fatto che ogni foto racconti una storia senza l'uso di parole, soltanto attraverso le immagini. La foto  più significativa secondo me è stata quella della donna che si toglie il velo e scopre il volto, perché fa capire come adesso sia il turno delle donne che hanno pari dignità degli uomini e come un microcredito possa cambiare totalmente la vita di una persona. Un’altra cosa che mi è piaciuta è il fatto che anche qui le foto seguano un ordine preciso, infatti vanno in sequenza, si parte da un macellaio coperto da una zanzariera, segno che ora gli uomini devono andare in secondo piano, e si finisce con la foto della donna che si scopre il viso. (Scalzi Federico)

Io e la mia classe, la III D della S.M.S Da Vinci, abbiamo visitato due stupende mostre fotografiche. Nella prima Emanuela Colombo ci ha presentato le donne di Archi, un quartiere di Reggio Calabria. Ogni immagine in bianco e nero ritraeva una donna diversa in un luogo del quartiere che lei avrebbe voluto cambiare. La fotografa ha voluto far conoscere cosa provano le persone dove la mafia turba la vita di tante famiglie innocenti e toglie loro la dignità. Mi ha colpito l’immagine di una donna in un campo da calcio perché mi ha fatto riflettere molto. Questa donna trentacinquenne desidera far restaurare il campetto in modo che i ragazzi trovino svago e divertimento nel calcio, che è anche la mia passione, e non finiscano nel giro della malavita. La seconda mostra, realizzata da Ugo Panella e intitolata “La poesia del cambiamento”, parla della sua esperienza trentennale in Afghanistan. In particolar modo Panella, giornalista e fotoreporter di guerra, vuole che le donne in quel Paese abbiano diritti e doveri pari a quegli degli uomini, dato che non sempre è stato così. Mi ha colpito un’immagine in particolare, quella nella quale dei ragazzini si divertivano a far volare gli aquiloni, perché mi ha dato un senso di libertà molto forte. Mi sono piaciute moltissimo entrambe le mostre. (Zampieri Riccardo

A spiegare la criminalità e l’illegalità della Calabria ci ha pensato Emanuela Colombo attraverso la sua mostra fotografica intitolata “Le donne di Archi”. Nelle sue foto in bianco e nero erano ritratte solo donne, disoccupate o casalinghe, giovani o anziane, tutte accomunate dal desiderio di cambiamento. La foto che mi ha colpito di più, tra quelle scattate nel quartiere di Archi, è stata quella della donna ritratta in un campo da calcio. Questo campo, costruito per bambini e ragazzi vogliosi di fare sport e divertirsi, ben presto è diventato un luogo di ritrovo per lo spaccio di droga fra ragazzi nella nostra età. Il più delle volte il campo rimane deserto o viene utilizzato come parcheggio abusivo. Un’altra foto che mi ha colpito è stata quella dello stradone senza cartelli stradali, strisce pedonali o limiti di velocità. Nella seconda sala erano esposte foto sull’ Afghanistan realizzate da Ugo Panella, che ha trascorso molti anni in giro per il mondo a documentare la guerra. Alcune delle donne afgane fotografate hanno ricevuto un microcredito, grazie al quale sono riuscite a creare un’attività propria. Altre foto ritraggono persone che bevono il thè, ragazze che hanno potuto riprendere a studiare e un’insegnante. In particolare, la foto che mi ha  colpito di più è quella raffigurante una donna di soli 38 anni ma che ne dimostra una cinquantina per le sofferenze e le violenze subite. (Raj Digvijay)

Il giorno Venerdì 18102013 ci siamo recati in Villa Pomini per assistere a due mostre fotografiche, una a cura di Emanuela Colombo, che ha fotografato le donne di Archi, e l’altra a cura di Ugo Panella sull’Afghanistan. Emanuela Colombo ha immortalato donne sullo sfondo di strade, palazzi, teatri, parcheggi e case, insomma luoghi che avrebbero voluto migliorare. Personalmente mi hanno colpito tutte quelle signore, compresa la fotografa, che non hanno avuto paura a raccontare i problemi del loro quartiere. Abbiamo visto donne con i figli in mezzo a una strada considerata molto pericolosa, una mamma davanti a un murales colorato, una donna ritratta su un ponte sotto il quale scorre un fiume che talvolta straripa, un campo da calcio mai utilizzato, un anfiteatro usato come parcheggio abusivo, ecc. Tutte queste persone chiedono che le cose più brutte e schifose siano cancellate in questo quartiere per far sì che Archi sia bello e accogliente per le persone che vi abitano. Ugo Panella, invece, ha fotografato persone e scene di vita afghane. Secondo me ha avuto un bel coraggio ad andare in Afghanistan a documentarne la terribile situazione, io sinceramente avrei avuto molta paura. Le foto mi sono piaciute tanto anche se alcune non riuscivo a guardarle per l’angoscia che mi trasmettevano; la fotografia che mi ha colpito di più è quella di Leila, stuprata dai talebani, diventata ora dipendente di un’agenzia che aiuta le donne dando loro un microcredito (100$) per intraprendere una piccola attività. Questi prestiti dovranno poi essere restituiti. Per me la fotografia è molto importante, infatti ogni volta che ci sono momenti di gioia o di felicità con parenti  e amici o avvenimenti significativi da ricordare mi faccio scattare una foto, in modo da immortalarli per sempre. Secondo me, anche questi due fotografi hanno immortalato momenti importanti, che così non verranno dimenticati. (Tramacere Andrea)

Quando siamo andati in Villa Pomini abbiamo visto due mostre: la prima riguardava Archi, un quartiere di Reggio Calabria, la seconda la condizione di vita delle donne afghane. Le donne di Archi erano ritratte in foto in bianco e nero, nel luogo che avrebbero voluto cambiare. In questo quartiere, per colpa della malavita, le vie non hanno nomi, non ci sono parchi per i bambini e l’unico campo da calcio, costruito dal Comune, è in stato di abbandono e degrado perché utilizzato abusivamente senza alcuna manutenzione. Le auto sfrecciano per le vie ad alta velocità perché non ci sono semafori né cartelli stradali. Il quartiere è nelle mani dei boss, che guadagnano con lo spaccio di droga e le corse clandestine dei cavalli. Il lavoro è quasi inesistente, infatti per guadagnarsi da vivere la gente si mette al servizio della malavita. Inoltre, ad Archi ci sono spesso regolamenti di conti, come quello che ha portato all’uccisione del proprietario dell’unico bar sala giochi del quartiere. La seconda mostra è stata realizzata in Afghanistan, in questo caso le foto erano a colori e mostravano i volti della gente. Le donne, grazie a un’associazione, hanno ricevuto dei microcrediti per potere aprire una piccola attività e guadagnare qualcosa. Molte sono diventate sarte e, grazie al prestito, hanno potuto comprare la macchina da cucire. Una donna, dopo anni di “prostituzione”, si è ribellata e il fotografo l’ha ritratta a volto scoperto in segno di libertà. I talebani per molti anni l’hanno tenuta rinchiusa in una botola, da cui veniva tirata fuori solo per essere violentata. MI hanno colpito molto anche la foto di una bambina rovinata da una mina antiuomo e quella di un macellaio, fotografato dietro una zanzariera. Ugo Panella ci ha mostrato il “suo” Afghanistan, quello in cui è andato sia durante la guerra sia durante il regime dei talebani. Il fotografo è un uomo molto coraggioso e simpatico, perché credo che ci voglia del fegato a fare il mestiere che fa lui. Anche Emanuela Colombo ha avuto coraggio a documentare gli effetti della mafia calabrese. (Brkic Denni)

Venerdì 18 ottobre io e la mia classe 3°D siamo andati in Villa Pomini per assistere a due mostre:

-Le donne di Archi di Emanuela Colombo

-La poesia del cambiamento di Ugo Panella.

Iniziamo dalla prima mostra: si tratta di alcuni ritratti che sono stati realizzati da Emanuela Colombo che è andata ad Archi, un quartiere di Reggio Calabria nel quale non c'è legge, non ci sono i nomi delle vie e non c'è pulizia né controllo. I ritratti rappresentano delle donne che chiedono ad esempio un parco giochi per i bambini, un anfiteatro nel quale ci siano spettacoli e film, ma soprattutto vogliono che ci siano i nomi delle vie e chiedono di ripulire le strade nelle quali sono presenti perfino i topi. Le donne anziane desiderano degli orti comuni in cui poter coltivare prodotti, alcune donne vorrebbero che ci fossero i cartelli stradali per controllare la velocità dei veicoli, altre dei campi da calcio per i loro figli. Insomma queste donne chiedono di avere una vita normale regolata dalla legge. Il ritratto che mi è piaciuto di più è stato quello della donna che chiedeva di inserire dei limiti di velocità perché almeno non ci sarebbero incidenti e i bambini potrebbero attraversare le strade in sicurezza. Mi è piaciuto anche il ritratto di una donna che chiedeva un parco giochi per bambini per far sì che anche loro abbiano un momento di svago come noi. Ora passiamo alla seconda mostra: si tratta di alcune foto scattate da Ugo Panella vissuto per trent'anni in Afghanistan. L' Afghanistan era un posto devastato dalla brutalità degli uomini in cui le donne erano costrette a vivere in casa. Queste foto ci vogliono trasmettere la speranza di libertà e indipendenza da parte delle donne. La foto che ho preferito è stata quella di una donna che si tirava su il velo; lei era costretta a fare la prostituta, infatti aveva circa 38 anni ma ne dimostrava 60. Secondo me entrambe le due mostre sono state interessanti, perché mi hanno fatto capire che nel mondo esistono persone sfortunate e quindi noi non sappiamo cosa voglia dire la parola “sfortuna”, anche se a volte la usiamo a sproposito. (Bello Camilla)

In villa Pomini abbiamo visto una mostra fotografica divisa in due parti. Nella prima sala erano esposte le foto di Emanuela Colombo riguardanti le donne di Archi, un quartiere di Reggio Calabria dove è presente la malavita. Le foto mi hanno dato un senso profondo di tristezza dovuto alla raffigurazione di donne in ambienti malsani e cupi con espressioni che secondo me significavano desiderio di cambiare vita. La foto che mi ha colpito maggiormente è quella di una donna che desidera far rivivere un campo di calcio dove i bambini potrebbero divertirsi ed essere felici nonostante l’ambiente orribile in cui vivono. Nella seconda sala erano esposte le foto di Ugo Panella dal titolo “La poesia del cambiamento” ambientate in Afghanistan. Osservandole attentamente mi hanno fatto capire la sofferenza delle donne afghane sottomesse dai loro rudi e duri uomini. Le foto che mi hanno maggiormente colpito rappresentano donne che si dedicano a diversi lavori e riescono ad acquistare, ad esempio, una macchina da cucire grazie alle associazioni che hanno offerto un micro credito, cioè un piccolo prestito. (Sofia Nicolò)

Il giorno 18 ottobre, assieme alla mia classe, sono andata in villa Pomini per vedere delle mostre fotografiche. Abbiamo visto due mostre. La prima era intitolata 'Le donne di Archi' e comprendeva foto scattate da Emanuela Colombo in un quartiere senza le leggi in cui c'è la mafia. Lo Stato potrebbe aiutare gli abitanti garantendo loro il lavoro, ma non fa nulla per migliorare la situazione. Nelle foto sono raffigurate delle donne che vorrebbero che alcune cose cambiassero. Quella che mi ha colpito di più è stata la foto in cui una donna desiderava che le vie avessero un nome. La seconda mostra era intitolata 'La poesia del cambiamento, chiamata così perché si intravede una speranza di cambiamento. Le foto sono state scattate da Ugo Panella che ha vissuto per trent'anni in Afghanistan; lui dice che nel 2013 ormai i diritti dovrebbero essere uguali per tutti ma purtroppo non è così. Ad alcune donne però (solo alle donne perché gli uomini vengono considerati poco affidabili), viene concesso un microcredito con cui possono aprire un'attività, saldare i debiti e guadagnare del denaro. Ad esempio una donna che veniva stuprata e maltrattata, grazie al microcredito è riuscita a fare frequentare la scuola ai propri figli. (De Simone Martina)

Venerdì 18 ottobre con la classe ci siamo recati in Villa Pomini a Castellanza per vedere due mostre di fotografie intitolate “Le donne di Archi” e “La poesia del cambiamento”. Nella prima parte della mostra la fotografa Emanuela Colombo ci ha mostrato delle immagini in bianco e nero che raffiguravano i sogni delle donne di Archi. Tra queste foto mi ha colpito particolarmente una raffigurante un edificio diroccato in cui erano tenuti dei cavalli utilizzati nelle corse clandestine dalla mafia locale. La seconda parte della mostra trattava la situazione dell’Afghanistan da un punto di vista sociale in quanto erano rappresentati bambini, uomini e donne. Il fotografo Ugo Panella ha raccontato alcune storie molto toccanti, che ha vissuto durante la sua esperienza di fotografo di guerra, ad esempio quella dei bambini che hanno perso gli arti a seguito dell’esplosione di bombe inserite nei giocattoli, o della bambina che era stata costretta con un fucile puntato alla testa a tagliare le braccia di suo papà con un machete. Le immagini che mi hanno più colpito sono state quelle dove erano raffigurati: una donna mentre si toglie il burka e un uomo con una rete davanti al viso; queste due immagini insieme rappresentano l’emancipazione femminile contrapposta ad una sorta di prigionia dell’uomo. Inoltre il fotografo ha spiegato come funziona il microcredito concesso alle donne afgane: non è altro che un prestito temporaneo da parte di alcune associazioni per permettere alle donne di aprire attività lavorative, grazie alle quali possono saldare i debiti. Questo microcredito viene concesso esclusivamente alle donne in quanto ritenute più affidabili degli uomini. La mostra è stata apprezzata da tutti e ha permesso di riflettere su tematiche a noi fino ad adesso sconosciute. (Berto Giovanni)

Venerdì 18 Ottobre io e la mia classe siamo andati in Villa Pomini a vedere due mostre fotografiche. La prima “Le donne di Archi” era una raccolta di fotografie scattate da una fotografa di nome Emanuela Colombo alle donne di Archi, un quartiere di Reggio Calabria. Nelle fotografie, tutte in bianco e nero, le donne erano vicine a dei luoghi del loro quartiere che volevano cambiare. I loro desideri erano molto semplici: dare i nomi alle vie, evitare allagamenti nelle strade, controllare la velocità delle auto, poter coltivare orti, avere strade e fiumi puliti. Nelle foto erano raffigurati un grande anfiteatro abbandonato e uno spazio per i bambini che non è stato mai usato. Ad Archi c’è un solo lavoro che è lo spaccio di droga. Le donne per fare la spesa devono andare al centro perché ad Archi non c'è niente. Il titolo della seconda mostra era “la poesia del cambiamento”. C’erano delle foto realizzate da Ugo Panella che è vissuto per 30 anni in Afghanistan durante la guerra. Nelle foto abbiamo visto donne che non hanno alcuna libertà e vengono costrette a rimanere in casa dagli uomini, mentre le bambine non vanno a scuola. Queste foto ci vogliono far capire la speranza di libertà che hanno le donne. La foto che mi ha colpita è stata quella di una bambina senza una gamba e un braccio per colpa delle bombe giocattolo che purtroppo sono fabbricate anche in Italia. (Zuretti Valentina)

Presso la Villa Pomini abbiamo visto foto che parlano di situazioni molto difficili. Nel primo settore abbiamo visto le immagini di alcune donne che vivono ad Archi, un quartiere di Reggio Calabria. Esse cercano di migliorare la loro situazione, che era ed è disastrosa perché non possono andare in giro tranquillamente per strada perché le macchine vanno ad alta velocità, non ci sono luoghi di ritrovo dopo che l’unico bar è stato chiuso in seguito all’omicidio del proprietario e non ci sono negozi, per cui per fare la spesa bisogna andare in centro a Reggio. Nel secondo settore c’erano immagini dell’ Afghanistan e dei suoi abitanti. Il fotografo Ugo Panella che ci ha parlato molto della situazione veramente disastrosa dell’Afghanistan, dove le donne sono prive di diritti e sono obbligate a indossare il burqa che copre loro anche il viso; tutto ciò per volere dei talebani che hanno fatto soffrire molte famiglie. Al dolore delle donne si aggiunge quello dei bambini mutilati dalle mine antiuomo, che hanno forma di giocattolo. (Rossi Sebastiano)

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Pubblicato il 31/10/13 - 1353 visualizzazioni
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