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RUBRICHE - DAL MONDO DELLA SCUOLA


Riceviamo e pubblichiamo

Una mostra fotografica che presenta due realtà lontane ma “vicine” per la violenza e la vita che le accomuna.


Riceviamo e pubblichiamo altri resoconti delle visite degli studenti dell'Istituto Comprensivo alla mostra fotografica in Villa Pomini dedicata al tema della legalità

È stata allestita presso Villa Pomini di Castellanza una bellissima mostra fotografica che rappresenta una raccolta di immagini di due fotografi italiani, Emanuela Colombo nel percorso fotografico “Le donne di Archi” e Ugo Panella in quello intitolato “La poesia del cambiamento” che documenta e ritrae la vita in Afghanistan. Il percorso di Emanuela Colombo presenta, attraverso delle immagini in bianco e nero, Archi, un quartiere a nord di Reggio Calabria, che si affaccia sullo Stretto di Messina. Osservando le foto, Archi può sembrare semplicemente un bel paesino dove trascorrere le vacanze in pieno relax, ma in realtà è completamente dominato dalla ‘ndrangheta. Nelle foto sono raffigurate donne con desideri e sogni diversi: alcune desiderano cose semplici e banali, come un nome alla propria via, invece dei numeri che distinguono le case, altre un parco verde dover far giocare i propri figli e ritrovarsi tutti insieme a parlare. A mio parere la fotografa ha fatto un ottimo lavoro nella costruzione della sua mostra, per due motivi: il primo perché è riuscita a trasmettere a ragazzi come noi l’importanza del lavoro, perché la mafia, o comunque la malavita in tutte le sue forme, nasce proprio dalla disoccupazione. Il secondo motivo è perché ha saputo illustrare le condizioni di vita in alcuni paesi dell’Italia meridionale, la cui situazione è sconosciuta a molte persone del Nord ed inoltre ha saputo, con l’aiuto delle foto, dare una voce alle donne di Archi.

La seconda parte della mostra, composta da foto rappresentanti l’attuale situazione dell’Afghanistan, è stata curata da Ugo Panella, fotografo vissuto 30 anni nella miseria di un Paese devastato da bombe, attentati, con persone mutilate, sotto la dittatura dei Talebani, i quali vietavano alle donne di lavorare e di uscire di casa, le obbligavano a portare il burka ma, cosa peggiore, proibivano loro di studiare e di frequentare la scuola. Nelle foto della mostra viene, invece, mostrato un Afghanistan “nuovo” con ragazze istruite e donne lavoratrici. La foto più rappresentativa e significativa è quella in cui viene raffigurata una donna che, con un gran sorriso, solleva il burka.

Grazie a questa mostra ho capito che la fotografia è molto importante perché riesce a  documentare e trasmettere ciò che succede nel mondo, nel bene e nel male. (Ferrario Francesca)

Venerdì 18 ottobre siamo andati in Villa Pomini a vedere due mostre fotografiche, la prima su Archi, un quartiere di Reggio Calabria, la seconda sulla condizione di vita delle persone in Afghanistan. Archi era raffigurata attraverso foto in bianco e nero, che facevano vedere la vita e i sogni distrutti di tante persone. Questo quartiere è lasciato al degrado e all’abbandono, non esistono i nomi delle vie e, per orientarsi, si usano i numeri civici; i bambini non hanno parchi in cui giocare né campi da calcio, perché o sono lasciati al degrado o sono controllati dalla mafia. Per strada non ci sono limiti di velocità né strisce pedonali, con grave rischio per chi attraversa la strada, soprattutto bambini. Tutto il quartiere è in mano ai boss della malavita e, dato che non c’è lavoro né un’adeguata istruzione, molti per “campare” entrano nel giro della criminalità. Inoltre, spesso ci sono regolamenti di conti tra bande, che causano vittime anche tra gli innocenti. La seconda mostra raffigura la condizione di vita in Afghanistan attraverso foto a colori, ritratti di uomini e donne nella loro quotidianità. Le donne afghane hanno ricevuto un microcredito, ossia un piccolo prestito (anche di soli 100 $), per poter acquistare una macchina da cucire, ad esempio, e intraprendere un’attività in proprio. Si tratta di un aiuto, non di elemosina! Tra le varie foto mi ha colpito molto quella di una bambina ferita gravemente da una mina antiuomo, arma micidiale congegnata solo per mutilare e attirare con il suo aspetto di giocattolo l’attenzione di vittime innocenti; mi è piaciuta molto anche la foto di un uomo dietro la zanzariera di una macelleria contrapposta a quella della donna che solleva il burqa, per il profondo significato metaforico: gli uomini imprigionati, le donne finalmente libere! (Caruso Andrea)

 

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Pubblicato il 11/11/13 - 961 visualizzazioni

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