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TERZA - CINEMA


Sfide

BlacKkKlansman


Castellanza - L'anno nuovo corrisponde per il Cineforum con una nuova sezione cinematografica. Lunedì 7 Gennaio alle 21,00 inizierà infatti "Sfide", che proporrà i diffivcili avvicendamenti con cu il cinema mondiale si è trovato a confrontarsi. La prima pellicola proposta è BlacKkKansman, dell'illustre regista Spike Lee, con John David Washington e Adam Driver.

Anni 70. Ron Stallworth, poliziotto afroamericano di Colorado Springs, deve indagare come infiltrato sui movimenti di protesta black. Ma Ron ha un'altra idea per il suo futuro: spacciarsi per bianco razzista e infiltrarsi nel Ku Klux Klan.

BlacKkKlansman dimostra, ancora una volta, come ci sia bisogno di Lee nel cinema e nella società contemporanea. Ovvero di una voce lucida e cinica, che sappia generare potenti affreschi di puro entertainment e iniettare al loro interno elementi spuri, destinati a sovvertirne la natura.

Un lavoro su commissione, lo script firmato da David Rabinowitz, Charlie Wachtel e Kevin Wilmott, e pensato per Jordan Peele, regista-rivelazione di Scappa - Get Out. Come fu per Inside Man, Lee si mette al servizio della sceneggiatura altrui, ma con una sostanziale differenza: il tema qui è talmente vicino alla poetica di Lee da rendere impossibile una separazione netta tra autore e semplice professionista. E infatti Lee contamina, fa suo il plot: ne conserva il potenziale commerciale ma lo trasforma in una bomba cromatica, che mescola blaxploitation anni 70 e contestazione delle Pantere Nere, razzismo interno alla polizia e caricatura di un Male che è chaplinianamente ridicolo prima ancora di essere terrificante.

A David Duke e ai membri del Ku Klux Klan non viene concessa l'austera dignità di un villain: restano caricaturali oggetti di scherno, fantocci di un potere antico, di cui rappresentano l'elemento più istintivo e ferino. Lee non ha mai amato la blaxploitation e la sua natura ambigua, né ha mai mancato di sottolinearlo. Ma Blackkklansman - come già La 25a ora per gli irlandesi di New York o SOS Summer of Sam per il punk nascente - è l'ulteriore dimostrazione di come il regista americano ami addentrarsi in territori apparentemente lontani dal proprio per dimostrare di conoscerli appieno, fino al più inatteso riferimento culturale.

(Emanuele Secchi - www.mymovies.it)

 

Sta tutto lì, in bella evidenza, fin dall'inizio. Fin da quando Spike Lee apre il film con la dicitura "DIS JOINT IS BASED UPON SOME FO’ REAL, FO’ REAL S—.", e con il monologo razzista e disturbante di quell'Alec Baldwin che negli ultimi mesi è stato interprete di una parodia satirica esilarante e tagliente contro Trump al SNL.
Sta tutto lì: la storia vera, il razzismo, la provocatorietà con cui viene sbattuto il faccia allo spettatore, la comicità, la parodia, l'America di oggi.
E se non fosse chiaro abbastanza per qualcuno, ecco che fratello Spike - uno che al fioretto ha sempre preferito il machete, ma quanto lo sa usare bene, quel machete - non perde l'occasione per sottolineare chiaramente come quegli anni Settanta in cui la vera storia di Ron Stallworth (che nel 1972 s'infiltro con un collega al capitolo del Ku Klux Klan di Colorado Springs) è ambientata siano uguali a questi anni trumpiani: mettendo in bocca ai suoi razzisti del Klan parole d'ordine come "America First", "Make America Great Again", "Tea Party"; o, magari, raccontando come già allora David Duke teorizzasse lo sdoganamento delle idee del Klan attraverso l'infiltrazione dei suoi membri ai vertici della politica statunitense (Steve Bannon, anyone?).
A Harry Belafonte che, nei panni di Jerome Turner, rievoca un drammatico linciaggio avvenuto nel 1917, e "ispirato" dalla visione di Nascita di una nazione (il film che è servito da trampolino di lancio per una rinascita del Ku Klux Klan), Lee contrappone nel finale le immagini di quanto avvenuto a Charlottesville nell'agosto del 2017, e l'incredibile reazione della presidenza statunitense.

Il discorso è abbastanza chiaro, e militante. Come è giusto che sia.
Ma la rabbia di Spike Lee, questa volta, passa attraverso il filtro di un umorismo forse inedito per lui, e che non ne limita minimamente l'energia e l'indignazione.
Attraverso la scelta di fare di BlacKkKlansman (anche) una commedia, Lee può sbeffeggiare, ridicolizzare e demitizzare il Klan, Duke, i sostenitori della superiorità della razza bianca, ogni forma di razzismo. Può farlo, e lo fa, attraverso la messa in scena di situazioni paradossali, esilaranti anche quando le parole e i gesti dei suprematisti fanno accapponare la pelle. Disinnescando così ogni loro potenzialità seduttiva o iconica.
Ma non basta. Dentro BlackKklansman Lee non mette solo la vera storia di Ron Stallworth.  Non fa del suo film solo una commedia che al tempo stesso è un violento atto accusa contro la situazione statunitense di oggi, ma anche un piccolo compendio di storia e cultura afroamericana, con una la prima parte - con Ron che diventa il primo poliziotto nero di Colorado Springs, e che viene inviato a spiare il comizio di Stokely Carmichael, e che s'innamora della radicale Patrice - è tutta una parafrasi del pensiero di James Baldwin; coi i ragionamenti impliciti, anche nella stessa storia, sulla questione dell'identità; col l'occhiolino che viene fatto ai film della blaxploitation nello stile, negli abiti, nelle musiche, ma senza esagerare; con sfumature e dettagli che richiederebbero una seconda visione per essere colti completamente.

È arrabbiato, Spike Lee, e giustamente.
Ma la sua rabbia non lo acceca. Il newyorchese è anzi lucidissimo nelle sue intenzioni e nel modo di declinarle, usando il cinema per demolire, stigmatizzare e demonizzare il suprematismo bianco, così come il cinema e Nascita di una nazione gli diedero nuova vita. Sa bene che oggi c'è bisogno di un nuovo radicalismo che non sia limitato alla sola comunità nera, ma che coinvolga tutti, anche i bianchi, e tutte le altre etnie e razze del pianeta, che porti avanti la sua protesta nel nome di quello che è giusto, e umano. Lo dice chiaramente: non solo "power to the people", ma "all the power to all the people".
Right on, right on, brother Spike. We dig it.

(Federico Gironi - www.comingsoon.it)

 

Il biglietto di ingresso singolo costa 5,50 euro (ridotto 4,00 euro), mentre l'abbonamento alla stagione, che si concluderà all'inizio di giugno,  è di 60 euro (ridotto a 40 euro per  possessori carta LIUC, studenti universitari e over 65). Info tel. 0331 480626 e info@cinemateatrodante.it

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Pubblicato il 02/01/19 - 108 visualizzazioni
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