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TERZA - CINEMA


Legami

L'affido - Sembra mio figlio


Castellanza - Nuova puntata per i Legami castellanzesi che lunedì 11 Febbraio si propongono al Cineforum con una doppia proiezione.

Alle 21,00 si partirà con L'affido - Una storia di violenza, del regista francese Xavier Legrand.

TRAMA

Miriam e Antoine Besson si sono separati malamente. Davanti al giudice discutono l'affidamento di Julien, il figlio undicenne deciso a restare con la madre. Ma Antoine, aggressivo e complessato, vuole partecipare alla vita del ragazzo. Ad ogni costo. Il desiderio, accordato dal giudice, diventa fonte di ansia per Julien, costretto a passare i fine settimana col genitore. Genitore che contesta col silenzio e combatte con determinazione. Julien vorrebbe soltanto proteggere la madre dalla violenza fisica e psicologia che l'ex coniuge le infligge. Invano, perché l'ossessione di Antoine è più forte di tutto e volge in furia cieca.

(trovacinema.repubblica.it)


RECENSIONE

E’ L’affido, in originale Jusqu’à la garde, esordio al lungometraggio del francese classe 1979 Xavier Legrand, già apprezzato e premiato internazionalmente per il corto Just Before Losing Everything.

Grandi attori, regia millimetrica, storia tosta e racconto misurato, è tra le cose migliori viste nel grande Concorso della 74esima Mostra di Venezia, da cui è uscito come meglio non avrebbe potuto: Leone d’Argento per la regia e, assegnato da un’altra giuria, Leone del Futuro, ovvero migliore opera prima. Troppa grazia? No, a meno di non essere piccini e rosiconi: introspezione psicologica, nessun manicheismo, pathos senza additivi, dolore senza placebo, è un esordio sorprendente proprio là dove gli esordi abitualmente falliscono, nel controllo della materia e nella padronanza del mezzo. Legrand, nomen omen, dimostra maestria, perizia, fin troppo: calcolato, limitato, implosivo prima ed esplosivo dopo, sicché il suo film assume qualcosa di antico, incarna qualcosa che ti fa sperare arrivino i buoni, che ti fa confidare non tutto sia perduto, che l’irreparabile non succeda. Del resto, si sta in poltrona ma, capirete vedendo, è come se fossimo anche noi in quella vasca. Prima e durante, una teoria di violenze, anzi, una violenza senza soluzione di continuità, sorda, meccanica, iterata: Jusqu’à la garde vi affonda il coltello, e ancor prima affonda la macchina da presa nelle ragioni dell’uno e dell’altro, sebbene quell’altro non ne abbia.

Tutto è senza fretta, senza enfasi né spiegoni, tutto è giocato nel binomio violenza e rappresentazione: la rappresentazione della violenza è inesorabile, impietosa, financo nichilista, viceversa, la violenza della rappresentazione violenta non è mai, bensì raffreddata, appunto calcolata, paratattica, misurata. Fino all’epilogo, in fondo, è l’anticlimax a farla da padrone drammaturgico, travasato negli occhi, le mani, le lacrime e il terrore degli attori. Sono loro a fare il film, a riflettere la storia, impreziosire il racconto: avercene. Ci possiamo davvero affidare, ché tutto è perfetto, cadenzato col metronomo dell’umano, calmierato da un’idea di cinema che non ha bisogno di esibire ed esibirsi per provarsi necessaria, urgente. Ellissi, non detti e, da noi, non uditi abbondano, eppure, capiamo tutto: il cuore non è mai leggero, la fine è solo un’alternativa, la violenza e soprattutto l’assenza di un reale antidoto fanno male. Ancora, dopo, comunque.

Non è un film facile, tantomeno consolatorio, e più di qualcuno l’ha criticato, se non denigrato, stigmatizzandone il naturalismo spiccio, l’architrave a tesi, l’esplicito intento sociologico, la tavolozza piscologica senza sfumature. Sono, in gran parte, questi nostrani detrattori gli stessi che per le opere prime, seconde, terze e ancora italiane hanno occhi prosciuttati, corsivi di velluto e stelle facili: poverini, e correi del nostro cinemino. Di più, in questo caso pure stolidi: come se la violenza, questa violenza, andasse necessariamente indagata, studiata, indi “preparata”, come se l’avvio in medias res scelto da Legrand, anche sceneggiatore in solitaria, non ne inquadrasse meglio la brutale irrazionalità, la devastante ineluttabilità, la mera evenienza, che per lungo tempo seguiamo attraverso il piccolo Julien. Come se, in definitiva, gli orchi non esistessero e, ammesso e non concesso, andassero capiti o, richiesta uguale e contraria, resi più ambigui anziché filmati e basta. Ecco, tenendo fede al titolo, prendeteli in custodia questi critici, e teneteveli.

(Federico Pontiggia - 19 giugno 2018 - www.cinematografo.it)

 

Al termine sarà proiettato Sembra mio figlio, della regista Costanza Quatriglio

TRAMA

Ismail è solo un bambino quando è costretto a trasferirsi in Europa con il fratello Hassan per scappare alle persecuzioni razziali verso la sua minoranza etnica. Cresciuto con i valori occidentali, Ismail ha perso totalmente i rapporti con la sua famiglia e con il suo paese, finché un giorno incominciano ad arrivare inquietanti telefonate da membri della sua comunità di origine. In queste telefonate l'uomo si mette in contatto con la madre che non vede da anni e di cui non si ricorda neanche il volto. Lo stesso vale per la donna che nonostante non abbia mai perso la speranza di incontrare nuovamente i suoi figli, si è completamente dimenticata della loro immagine. Ismail decide così di partire per l'Afghanistan in cerca della sua presunta madre.

www.ecodelcinema.com)

 

RECENSIONE

Ci sono voluti anni di lavoro certosino, di continua riscrittura, a Costanza Quatriglio per partire da un documentario su una realtà romana e raccontare fino alle montagne dell’Afghanistan la storia di una delle persone conosciute per quel lavoro. Il film è nel percorso fra la persona e il personaggio, con l’aggiunta di pennellate di finzione per rendere esemplare la sua storia e la storia di una popolazione una volta maggioritaria nel Paese alle pendici dell’Himalaya e ormai sterminata e ridotta in minoranza costantemente sotto attacco dai talebani. 

Sono il popolo Hazara, a cui appartiene Ismail, scappato da bambino alle persecuzioni insieme al fratello Hassan. Vive in Italia, a Trieste, non casualmente una zona di confine, dove troverà altri reduci da altre guerre appena oltre le alpi, e se la cava piuttosto bene. Sta per lasciare un lavoro subordinato per mettersi in proprio ed è inserito nel tessuto sociale, dando anche una mano a chi arriva solo ora come immigrato. La madre la sente solo al telefono, il padre è morto da tempo, e nel corso dei mesi la sente cambiare, non lo riconosce più, la voce maschile di un nuovo compagno sembra averla cambiata, resa una persona diversa. Sembra mio figlio ci conduce in una prima parte quasi sospesa nel tempo, in cui il tempo passa scandito solo da pochi sviluppi nel rapporto fra i due fratelli e fra loro e la madrepatria, che irrompe nella quotidianità solo come una voce al telefono, quasi onirica.

La sensazione di sradicamento rimane una costante impossibile da sconfiggere per Ismael, e ancor di più per il fratello maggiore, così come la consapevolezza di non appartenere ormai pienamente a nessuno dei due mondi: quello occidentale, ma neanche quello afghano. La Quatriglio pone molta attenzione nell’evitare una nostalgia per un paese felice, improbabile eldorado, sottolineando come la cultura tribale abbia delle regole che lo stesso Ismael fa fatica a capire. A partire dalla personale storia di un uomo alla ricerca della madre, con il suo valore archetipico, Sembra mio figlio assume la valenza di un ritratto sui popoli sradicati, nella storia e ancora oggi. Un viaggio in un popolo senza più giovani, fuggiti o sterminati da una guerra ininterrotta e insensata, un popolo costituito solo da donne, bambini e anziani. Girato con grande sensibilità e rispetto, in una lingua antica per un popolo che non ha avuto mai voce, commuove anche grazie alla figura piena di dignità, altera ma con barlumi di dolcezza, dell’attore principale - e poeta - Basir Ahang, anche lui hazara.

Una storia al maschile, diretta da una donna, con una protagonista assente, la madre. Una bella conferma sulla possibilità di ogni sensibilità di raccontare (bene) ogni tipo di storia, in cui a una prima parte ambientata in occidente ne segue una seconda in viaggio, una brutale presa di coscienza, un risveglio dall’onirico andamento della prima, in cui i panorami aspri della patria lontana, insieme all’ancestralità dei profili degli anziani hazara, avvicinano il protagonista a una realtà tante volte sognata, ma forse impossibile da mettere pienamente a fuoco.

 

Il biglietto di ingresso singolo costa 5,50 euro (ridotto 4,00 euro), mentre l'abbonamento alla stagione, che si concluderà all'inizio di giugno,  è di 60 euro (ridotto a 40 euro per  possessori carta LIUC, studenti universitari e over 65). Info tel. 0331 480626 e info@cinemateatrodante.it

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Pubblicato il 07/02/19 - 76 visualizzazioni
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