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TERZA - CINEMA


Firme d'autore

Le nostre battaglie


Castellanza - Lunedì 8 Aprile alle ore 21,0 al cinema di via Dante il film Le nostre Battaglie darà il via al ciclo di proiezioni intitolato "Firme d'autore", nell'ambito delle pellicole del Cineforum di Castellanza .

La paziente cesellatura del regista belga Guillaume Senez lo ha portato ad ottenere un pregevole film su lavoro e famiglia che lo inserisce sulla scia di direttori artistici più blasonati.

TRAMA

Olivier lavora in fabbrica e sta considerando la possibilità di entrare nel sindacato. Ma il lavoro assorbe la maggior parte del suo tempo, e sulle spalle della moglie Laura ricade la responsabilità della vita familiare: portare a scuola i bambini, preparargli la cena, aiutarli con i compiti, metterli a dormire. Anche questo è un lavoro faticoso. Troppo faticoso forse per Laura, che lotta in segreto contro l’inizio di una depressione. La soluzione, per la donna, è una sola: scappare. Costretto a fare i conti con un quotidiano complicato dall’assenza di Laura, Olivier deve ristabilire priorità e necessità, lottando contro la rabbia nei confronti della madre dei suoi figli.

 

RECENSIONE

Per quali battaglie vale la pena impegnarsi? Ha senso vincere una sfida, se così facendo si perde la guerra? E ancora: abbiamo il diritto di ritirarci da quell’arena che è la vita, o dobbiamo combattere a oltranza?

Intorno a questi interrogativi gira, con un equilibrio che ricorda i migliori Dardenne, il secondo film da regista del franco-belga Guillaume Senez, alle prese con una storia di assenza, psicologica e fisica, e di lavoro che ingombra, travolge e paralizza il privato dei protagonisti.

Al centro della vicenda c’è Olivier, un magnifico Roman Duris nei panni di un operaio a capo di una squadra di lavoratori in un’azienda che ricorda da vicino Amazon. Grazie alla sua cocciutaggine, e all’impegno dei sindacalisti, il lavoro spersonalizzato della fabbrica conserva una qualità umana: l’alienazione, osserva Senez, non è più soltanto catena di montaggio, ma anche braccia meccaniche, lettori di codici, sensori. Il digitale che si impone sul materiale, l’incubo che l’efficienza semieterna della macchina sostituisca l’essere umano che si inceppa, invecchia, rallenta: si parte da qua, da un licenziamento che Olivier non riesce a impedire, per virare poi su un altra trincea, quella del privato. Perché tanto Olivier è attivo in fabbrica, e attento ai suoi colleghi, quanto il tempo che può dedicare alla famiglia diminuisce e perde di qualità.

Olivier non si accorge che la moglie sta male. Olivier non conosce veramente i suoi figli. Non sa nulla dei piccoli rituali quotidiani - la maglietta con i koala, qual è? Cosa mangiano i bambini a colazione? Quali favole raccontare? - e Senez è spietato nel raccontare con identica attenzione al dettaglio l’alienazione in fabbrica - le battaglie perse degli operai - e quella in casa - la battaglia persa di una donna contro la depressione e di un uomo contro il suo stesso orgoglio.

Eppure il film, e in questo c’è tutta la grazia dello sguardo di Senez, non affonda mai nelle paludi del patetico, nemmeno quando scava nel dolore dei bambini, né indugia nel retorico, attribuendo ai sindacalisti un ruolo fondamentale per la resistenza in fabbrica, senza negare il sacrificio che questa carriera comporta. Ciò che permette a Nos Batailles di rimanere in equilibrio, trattando con dolcezza una vicenda tanto amara, è la fiducia che la storia nutre, nonostante tutto, nel genere umano. Così come gli operai in fabbrica non sono soli, anche Olivier non è mai abbandonato a se stesso. In lotta contro il mondo del lavoro, in lotta contro i bambini che gli preferiscono la mamma, in lotta contro se stesso e i suoi errori, in lotta contro la moglie che lo ha abbandonato, Olivier sopravvive grazie all’aiuto della madre e della sorella (i dialoghi con Laetitia Dosch, figli del metodo di improvvisazione scelto dal regista, brillano per incredibile naturalezza), figure femminili accoglienti e positive che non mettono mai in questione, rifiutando persino di giudicarla, la scelta di Laura. Un tema intorno al quale, sottotesto, ruota l’interrogativo più inquietante del film: che succede a chi viene sconfitto?

L’ultima inquadratura, potentissima, è la risposta che chiunque abbia perso una battaglia desidererebbe sentirsi dire da chi ama.

(Ilaria Ravarino - giovedì 17 maggio 2018 - www.mymovies.it)

 

OPINIONI

IL SINDACALISTA OLIVIER TRA LAVORO E PATERNITÀ

A volte, in un film dal tema e dall'impostazione apparentemente tradizionale, si vede al lavoro un regista che tratta la materia con tale eleganza e attenzione da trasformarlo in qualcosa di più. È il caso del nuovo film di Guillaume Senez, regista notevolissimo ma non abbastanza noto da noi (anche se aveva vinto il festival di Torino tre anni fa). La storia al centro di Le nostre battaglie è semplice: Olivier, operaio di un grande magazzino di stoccaggio stile Amazon, è un punto di riferimento per i colleghi, che difende con vigore nella sua veste di sindacalista. La situazione lavorativa è sempre incerta, ma lui sembra essere saldo. L'incertezza però entra nelle pieghe delle vite e delle famiglie, e un giorno, senza spiegazioni, la moglie di Olivier sparisce. Esaurita, con il carico dei due figli, probabilmente non ce la fa più. Ora l'uomo deve sobbarcarsi anche loro, e dimostrare di potercela fare. Già dalla prima scena il gioco tra il personaggio e lo sfondo (il grande deposito sfocato alle sue spalle) mette sull'avviso: il film oltrepasserà il semplice realismo mostrando le emozioni di personaggi, le sfumature, in maniera fisica. La forza del regista emerge subito da come gestisce certi passaggi obbligati della sceneggiatura (la memoria del padre vecchio operaio, il rapporto con la madre) evitando il legame meccanico tra crisi pubblica e privata. Non giudica i personaggi, e descrive le relazioni familiari in maniera precisa, vitale (bellissima la figura della sorella minore). Sono tante le spie di uno sguardo vero, senza esibizionismi, che trova i tempi e gli spazi giusti per ogni scena. La figlia di un operaio suicida viene mostrata per qualche secondo da sola durante la veglia, smarrita. Una collega del protagonista, nell'accoglierlo a casa sua, ha un sorriso disarmante, pieno di significati che scopriremo poco dopo. I bambini sono perfetti, mai stucchevoli, e in una scena dalla psicologa c'è un piccolo colpo di scena che poteva essere melodrammatico ma che risulta tanto più emozionante perché il regista lo filma tenendosi un passo indietro, senza calcare la mano. E anche il finale, a ripensarci, è un finale giusto. Come tutto il film.
Da La Repubblica, 7 febbraio 2019 - Emiliano Morreale

 

DOPPIA CRISI DOPPIA UMANITA'

La crisi arriva improvvisa. Assolutamente inaspettata per Olivier, capo di una squadra di operai in un enorme magazzino di e-commerce. Lo spettatore ha avuto dei "segni", ma lui no, è all'oscuro di tutto. Talmente preso dalle durezze del lavoro, tra i dirigenti che esigono sempre di più e i colleghi perennemente a rischio di licenziamento, non ha visto il progressivo logorarsi della giovane moglie. Lei gli sembra non essere cambiata: affettuosa con i due giovanissimi figli, all'apparenza tranquilla, regolarmente al lavoro.

Da Il Sole-24 Ore 24 febbraio 2019 - Liugi Paini

 

L'UOMO E LA SUA SOLITUDINE

L'amore e il lavoro, la famiglia e i colleghi, il cuore grande e il tempo che non basta. Olivier vorrebbe fare tutto ma tutto gli sfugge di mano. Non riesce, lui che è sindacalista, a dire al collega che forse verrà licenziato; non registra i segnali di crisi in casa; non immagina che un giorno sua moglie sparirà senza lasciare neanche un biglietto, solo una cartolina ai bambini giorni dopo, e lui dovrà ripartire da zero. Con i bambini che chiedono ancora più tempo e attenzione, il lavoro che non dà tregua - è magazziniere in una grande azienda - il dubbio di avere sbagliato tutto. Peggio: di aver fatto gli stessi errori di suo padre (ma sono errori o scelte?) come osservano, affettuose e puntute, sua sorella e sua madre. La crisi maschile - e la possibilità di farcela malgrado tutto - nel secondo film di un De Sica belga che non sbaglia una sillaba, un silenzio o un respiro. La disperazione e la scappatella; gli slanci e gli imbarazzi; la sfera intima e quella sociale, non separate ma fuse; la solitudine del padre e i bambini che tappano i buchi lasciati dalla madre (che meraviglia quella sorellina che non parla più ma la sera spalma la crema sulla ferita del fratello). Tutto raccontato con una finezza che rincuora, mettendo a fuoco la costellazione di affetti che ruota intorno al protagonista con piccoli tocchi, pennellate, allusioni. E senza mai spiegare nulla (la madre sparisce, stop; la ferita del bambino, su cui si apre il film, resta un mistero) ma facendoci capire e sentire tutto. Anche grazie a un cast, in testa Romain Duris, che è un prodigio di verità, concentrazione, leggerezza. Quell' insostenibile leggerezza della vita che il cinema, a volte, cattura così bene.
Da L'Espresso, 10 febbraio 2019 - Fabio Ferzetti

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Pubblicato il 04/04/19 - 37 visualizzazioni
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