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TERZA - CINEMA


"A GRAN RICHIESTA" FILM SCELTO DAL PUBBLICO

Bohemian Rhapsody


Castellanza - Lunedì 13 maggio alle 21,00 il Cineforum di Castellanza ospiterà la pellicola Bohemian Rhapsody, pluripremiato biopic sulla storia dei Queen.

Bohemian Rhapsody, il film diretto da Bryan Singer e Dexter Fletcher, è una coinvolgente celebrazione dei Queen, della loro musica e del loro leggendario frontman Freddie Mercury (Rami Malek), che sfidò gli stereotipi e infranse le convenzioni, diventando uno degli artisti più amati al mondo.
Il film ricostruisce la meteorica ascesa della band attraverso le sue iconiche canzoni e il suo sound rivoluzionario, la sua crisi quasi fatale, man mano che lo stile di vita vita di Mercury andava fuori controllo, e la sua trionfante reunion alla vigilia del Live Aid, quando Mercury, afflitto da una gravissima malattia, condusse la band in una delle performance più grandiose della storia del rock.
Facendo questo, il film cementa l'eredità di una band che è sempre stata più di una famiglia e che continua ancora oggi a ispirare gli outsider, i sognatori e gli appassionati di musica.
Oltre a Rami Malek nei panni di Freddie Mercury, il film vede nel suo cast Lucy Boynton, nel ruolo di Mary Austin, grande amore di Freddie, Gwilym Lee nei panni di Brian May, chitarrista dei Queen, Ben Hardy in quelli del batterista Roger Taylor, Joe Mazzello interpreta il bassista John Deacy Deacon, Aidan Gillen è invece John Reid, primo manager del gruppo, Aaron McCusker ha il ruolo di Jim Hutton, a lungo il ragazzo di Mercury e Mike Myers nei panni di Ray Foster della casa discografica EMI.

Freddie Mercury che si sistema i baffi, mentre i suoi gatti lo guardano. Freddie Mercury che in casa ha una foto gigante di Marlene Dietrich, perché lo sappiamo tutti com'è la copertina di Queen II. Freddie Mercury che apre una valigetta nera, e assieme al suo microfono cromato ci sono, sistemate come fossero parti di un fucile da assemblare, le amate sigarette e una bottiglia di vodka. Freddie Mercury che sale sulla Rolls e va a Wembley, la mattina del 13 luglio del 1985, per una ventina di minuti di concerto che avrebbero fatto storia.

Una manciata di minuti, durante i quali peraltro Mercury non si vede in volto, e subito capisci che film è questo Bohemian Rhapsody, che ha iniziato un regista, Bryan Singer, e che ha finito un altro, Dexter Fletcher. Poi dal Live Aid si torna al passato, a quando Mercury era ancora Freddie Bulsara ma già sapeva di essere destinato a diventare un performer straordinario che tutti conosciamo ("the person I was always meant to be," dice nel film), e vediamo in faccia Rami Malek, e il trucco per restituire le celebre dentatura del cantante dei Queen, e ogni dubbio residuo viene dissipato.

Iconografia. Iconografia e retorica, e superficie. E semplificazioni.
Su questo si basa, Bohemian Rhapsody, su questo e su un accumulo di scene madri utili al tentativo - quasi sempre vano - di catturare perlomeno un riflesso del carisma iconoclasta e teatrale di Mercury, la consapevolezza del suo essere oltraggioso ("non troverete nessuno più oltraggioso di me", dice ai suoi futuri compagni di band, dove outrageous sta anche però per "sensazionale"); utili a ricostruire la storia di un gruppo che ha fatto la storia della musica, stando sempre bene attenti a mettere in buona luce Brian May e Roger Taylor, a sottolinearne i talenti. Perché son pur sempre loro i produttori del film.

Da Wembley si parte e a Wembley si torna, e in mezzo c'è tutto quello che c’è da sapere, o che i Queen odierni ci tengono a farci sapere. Con una sceneggiatura che a tratti piazza pure qualche efficace battuta carica di pungente humour britannico, ma che, oltre a non avere molto rispetto per la reale cronologia degli eventi o per la veridicità delle situazioni raccontate (e questo si può fare), ne ha anche poca per le esigenze dello spettacolo e del racconto cinematografico (e questo va meno bene), limitandosi a illustrare un percorso tutto sommato agiografico ed edulcorato che riguarda tanto Mercury quanto la band nel suo complesso.

Ma anche volendo tralasciare tutto questo, e farsi andare bene anche certa sciatteria formale, il trucco e parrucco odontoiatrico, l'uso sconsiderato del green screen e il procedere balzellon balzelloni, come Red Max, da una scena all'altra, perché insomma la storia produttiva travagliata del film non poteva non lasciar segni, c'è una cosa di Bohemian Rhapsody che è difficile perdonare: l'essere riuscito a smorzare perfino il potenziale emotivo di quella leggendaria performance live attorno alla quale si è costruito, e della musica tutta dei Queen. Che, quando appare, tiene a galla la baracca, ma che quando è assente, la lascia navigare verso il suo destino.

 

CRITICA

Sono tante le ragioni per cui ancora oggi Freddie Mercury continua ad essere considerato uno dei pilastri della storia della musica.
Nato a Zanzibar nel 1946, Farrokh Bulsara - questo il suo vero nome - iniziò a suonare il pianoforte a sette anni e a tredici entrò nella sua prima band, The Hectics, iniziando a farsi chiamare Freddie.
Passando da Zanzibar a Mumbai, per poi approdare in Inghilterra nel 1964, si laureò in arte e contemporaneamente continuò ad esibirsi con diversi gruppi, prima di formare nel 1970, insieme agli amici Brian May, Roger Taylor e John Deacon, quella che sarebbe poi diventata una delle più importanti rock band del secolo scorso.
Per loro scelse il nome Queen, perché suonava "molto regale e superbo, un nome forte, universale e immediato", e disegnò quello che sarebbe poi diventato il celebre logo del gruppo: una combinazione dei segni zodiacali dei quattro componenti, due leoni (Deacon e Taylor), un granchio per rappresentare il Cancro (May) e due fate per la Vergine (Mercury).
Già da quel logo così altisonante si poteva presagire il loro futuro, ma fu la voce e lo stile di Mercury a sancire definitivamente la fama del gruppo. Aveva un range vocale impressionante che superava le quattro ottave, un'invidiabile talento compositivo e sul palco sapeva muoversi con ipnotica naturalezza. Tanti suoi colleghi lo hanno lodato negli anni, come ad esempio David Bowie, che durante il celebre Freddie Mercury Tribute Concert, tenutosi al Wembley Stadium di Londra nel 1992, disse: "Di tutti i più teatrali performer rock, Freddie è quello che è andato più lontano... ha superato il limite. Lo vidi solo una volta in concerto, ma come si dice, lui sapeva davvero tenere il pubblico sul palmo della mano”.
Roger Daltrey degli Who, lo ha invece definito: "il più virtuoso musicista rock 'n roll di tutti i tempi, capace di cantare in qualsiasi modo, cambiando stile di strofa in strofa con una semplicità unica".
Le canzoni dei Queen, infatti, non si possono racchiudere in un solo genere: sono una mistura ben equilibrata tra elementi della disco, di progressive rock, di gospel, e persino di metal. Nel corso della loro lunga e prosperosa carriera, hanno pubblicato delle hit ormai di culto come "Bohemian Rhapsody", "We Are The Champions", "We Will Rock You" e "Another One Bites The Dust", esibendosi in ben 700 concerti in giro per il mondo, suonando per primi negli stadi del Sud America ed entrando nel guinness dei primati per la quantità di persone presenti al Morumbi Stadium di Sao Paulo nel 1981.
Purtroppo, però, il virus dell'AIDS ci ha portato via Mercury a soli 45 anni di età. Dopo una lunga battaglia con la malattia, il leggendario cantante si è spento nella notte del 24 Novembre 1991. Il video di "These Are The Days Of Our Lives", registrato a maggio del 1991, rappresenta la sua ultima apparizione di fronte ad una telecamera.
Non fu mai pubblicato prima del suo decesso, perché Mercury non voleva che la gente e i media capissero quanto fossero precarie le sue condizioni.
Fu girato in bianco e nero, proprio per evitare che si vedessero i segni dell'AIDS sulla sua pelle. Durante le sessioni di registrazione dell'album da cui è tratto il brano, "Innuendo", Mercury si dimostrò come sempre felice e desideroso di cantare, come ha raccontato Brian May: "Mi diceva 'scrivine altre, scrivimi delle tracce. Voglio cantarle, così quando non ci sarò più, tu le finirai'". "Mother Love" fu l'ultima canzone che registrò nella sua vita, una canzone che esprimeva tutto il suo desiderio di amore, di pace e di quiete.

(Federico Gironi - www.comingsoon.it)

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Pubblicato il 07/05/19 - 25 visualizzazioni
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